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#Mavislegge: La via del bosco di Long Litt Woon

Interiorizzare un lutto è forse la cosa più difficile che la vita ti sbatte davanti agli occhi. Dire addio a chi ami è la cosa più spaventosa che l’essere umano possa pensare. È per questo che cerchiamo di abbandonare questi oscuri pensieri dalla testa, non ci lasciamo condizionare. Ma a volte può succedere di ritrovarci la morte nel letto, ci bussa alla porta, ci sconvolge l’esistenza.

È quello che è successo a Long Litt Woon, autrice dell’autobiografico La via del bosco, romanzo a metà tra saggio, romanzo autobiografico e di formazione. 

L’autrice si trova a perdere il marito Eiolf in giovane età per un attacco di cuore: la sua vita va in frantumi in pochi istanti, ma al contempo le chiede di rialzarsi come se niente fosse. Il dolore è troppo grande per permetterle di sconfinarlo, il lutto attraversa ogni singolo istante della sua quotidianità. Non c’è modo per interiorizzarlo, affrontarlo, sconfiggerlo. La perdita dell’amato è qualcosa di insanabile, non è possibile sostituire la sua assenza con qualcos’altro.

Un giorno decide di iscriversi a quel corso di micologia a cui aveva sempre voluto partecipare insieme al marito: da qui scopre il mondo dei funghi, che la aiuterà a ritrovare il senso della felicità e a rielaborare il lutto trasformandolo e sublimandolo in dolore insanabile sì, ma consapevole e speciale.

Il libro è corredato da meravigliose tavole riportanti informazioni ed immagini estremamente curate dei principali funghi citati dall’autrice, che qui vengono scientificamente illustrati e che ci vengono descritti in un racconto poetico e personale nella maggior parte del libro. Ci troviamo di fronte infatti ad un racconto autobiografico delle esperienze micologiche di Long Litt Woon in Norvegia, dove vive, e delle sue scoperte più importanti, sia nel mondo dei funghi, sia in quello inesplorato del lutto. Perché dico questo? Perché l’autrice riesce a delineare diametralmente un quadro contenente l’esperienza maturata nel campo della micologia affiancata agli sviluppi della sua accettazione della perdita del marito. L’eccitazione nel trovare un fungo raro è accompagnata dalla presa di coscienza del dolore che quel particolare avvenimento le ricorda, in una composizione stilistica resa scorrevole dalla diversa colorazione dei periodi letterari: il ricordo di Eiolf è affidato ad un verde speranza, che accompagna il lettore nello scorrere della narrazione. Lo stile affrettato rende particolarmente bene la frenesia dell’autrice, che spazia da descrizioni eccitate della sua esperienza in ambito micologico, ma sa frenare e diventare paziente quando parla dei momenti in cui ripensa al marito e alla sua vita prima della vedovanza.

Ho apprezzato particolarmente questo libro: mi ha permesso di scoprire nuove nozioni e curiosità sui funghi di cui ignoravo completamente prima; mi ha immerso in un’ambientazione autunnale che adoro (anche se non tutte le scene sono ambientate in autunno, ma non so, la copertina, il tema, tutto mi ricorda la mia stagione preferita!); ma in particolare, mi ha permesso di pensare e ragionare su un tema a cui solitamente non presto molta attenzione, catturata come sono dal momento presente: perdere la persona che mi sta accanto sarebbe per me la cosa più straziante che possa accadere, non potrei mai concepire una vita senza la mia dolce metà. Prepararsi al lutto è un lavoro psicologico non indifferente, che non è necessario affrontare ora, ma che è opportuno superare con il giusto tempo e con un’adeguata forza interiore. Long Litt Woon l’ha trovata nei funghi: la forza della natura le ha fatto un dono prezioso.

“Magari altri, al posto mio, avrebbero espresso riconoscenza a Dio o chi per Lui, ma io mandai un affettuoso saluto al mio uomo nel cielo, ringraziandolo per quella carezza”.

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