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Serial addicted: Carnival Row

Amanti del fantasy a me!

Se eravate in lutto per la fine di una delle serie fantasy che più vi ha appassionato negli ultimi anni (citazioni a Game of Thrones sono da ritenersi puramente casuali), se cercavate qualcosa alla Harry Potter in versione dark e steampunk, se volevate di nuovo Orlando Bloom in versione fantasy (ma non in versione elfo biondo), allora ecco qua qualcosa che può fare al caso vostro. 

Carnival Row è uscito da qualche mese ormai sulla piattaforma streaming di Amazon, ed ha conquistato moltissimi e moltissime (di queste ultime sicuramente il cuore…).

Creata da René Echevarria e Travis Beacham, la serie vede come protagonisti principali Orlando Bloom nei panni del commissario Rycroft Philostrate, e Cara Delevigne che interpreta la fata Vignette Stonemoss. Ambientato in una cittadina in puro stile steampunk agli inizi probabilmente del XX secolo, Burgue, Carnival Row è una storia di discriminazione, di amore e di odio, un giallo vittoriano che si interseca con altre storie che sembrano confluire tutte in un unico filone narrativo.  Gli esseri fatati sono considerati come esseri inferiori dopo la vittoria degli umani nella guerra che ha visto massacri e devastazioni. I superstiti della guerra si sono rifugiati a Burge, dove sono stati relegati al ghetto chiama Carnival Row. Una serie di omicidi porta il commissario Philo a fare i conti con il proprio passato e con i sentimenti che prova per la fata Vignette, che rincontra dopo sette anni proprio tra le strade di Burge. 

Bisogna dire che le premesse mi avevano esaltata non poco; dalle immagini dei trailer la serie mi era parsa davvero interessante ed emozionante a livello grafico. 

La tematica della discriminazione è attualizzabile e molto simile ai fatti di cronaca che conosciamo molto bene. La scelta di utilizzare come oggetto di discriminazione esseri fatati, molto spesso interpretati da attori di colore, amplifica maggiormente la componente di immedesimazione nelle scene e nelle vicende narrate.

Le vicende si svolgono in modo abbastanza affrettato: segnata da sbalzi temporali che confondono lo spettatore, impigliato così nella ricostruzione della linea diegetica che si dipana attraverso questi salti più o meno frequenti, la serie sembra concentrarsi maggiormente sui rapporti tra i personaggi principali piuttosto che sulla trama di fondo. La risoluzione degli enigmi si avrà solo alla fine, in un’ultima puntata a mio avviso costruita in modo molto affrettato e sintetico. Si sarebbe potuto dare molto più spazio alle motivazioni che hanno portato ad intraprendere le dinamiche portanti della narrazione, ma si è deciso quasi di “buttarle lì” tanto per dare una spiegazione all’enigma degli omicidi. Sicuramente la seconda stagione (che è stata annunciata per l’anno prossimo ed è già in fase di produzione) risolverà alcuni punti lasciati in sospeso, ma non ci i aspetta una completa delineazione dei tasselli mancanti nelle prime 8 puntate.

L’ambientazione fantasy/dark/steampunk è sicuramente sublime: una serie ad alto budget come Carnival Row è sicuramente riuscita a delineare un comparto visivo eccellente che ha permesso una completa aderenza della narrazione con lo scenario di fondo e, conseguentemente, dei personaggi, che sono riusciti ad addentrarsi nelle sale dei palazzi, nei vicoli della Row e nei boschi fatati in modo decisamente peculiare.

Gli effetti visivi meritano sicuramente una menzione, perché sebbene stiamo parlando si un prodotto seriale, assistiamo ad una resa soddisfacente del comparto digitale, con una resa di rendering grafico fotorealistico, per quanto l’aderenza al vero sia limitato certamente da una veste grafica forse troppo visivamente costruita e da una difficoltà ad accettare la voglia di aderenza al realistico (che, parliamone, di realistico non ha nulla). 

Ma questa recensione non è dispensa solamente di critiche, assolutamente: Carnival Row è godibile, soprattutto per gli amanti del fantasy come me, i toni dark condiscono il tutto rendendo ancora più appetibile il prodotto rispetto alle classiche saghe a cui siamo abituati fin da piccoli.

Menzione speciale per Cara Delevigne: come ho letto in alcuni articoli, mi devo associare alla scelta azzeccata della sua immagine per l’interpretazione di una fata: il suo viso ricorda un essere magico, il taglio di capelli me la fa associare in qualche modo a Trilli (ricordate i film in cgi dedicati alla fatina di Peter Pan e alle sue amiche?), e il suo portamento leggiadro rievocano uno spirito connesso con la natura.

Una serie che ha i suoi alti e bassi dunque, ma che nel complesso soddisfa i requisiti per essere un prodotto seriale degno di nota e assolutamente godibile.

E voi, avete seguito (o state seguendo) Carnival Row? Ditemelo nei commenti! 

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